Da quando Javier Milei ha vinto le elezioni in Argentina (novembre 2023), si parla spesso del paese sudamericano e delle sue politiche economiche radicali. Tra numeri e statistiche non è facile orientarsi. Con Datastory proviamo a fare un po’ di ordine.

Al centro di tutto quello che sta accadendo in Argentina c’è un dato preciso, una statistica che da sola spiega l’ascesa di Milei e che determinerà anche il successo o il fallimento del suo governo: l’indice dei prezzi al consumo anche conosciuto come inflazione.

Una lunga storia di inflazione patologica

L’inflazione argentina è una vera istituzione nazionale. Nessun altro grande paese ha convissuto così a lungo con una moneta che perde valore. Per rendere l’idea: dal 1969 a oggi, il governo ha eliminato ben 13 zeri dal peso argentino, per tentare di mantenere la valuta “utilizzabile”.
Oggi un caffè a Buenos Aires costa circa 2.000 pesos (1,5 euro). Se non si fossero mai tolti quegli zeri, pagheremmo la bellezza di 20.000.000.000.000.000 pesos, ovvero 20 quadrilioni, o 20 milioni di miliardi!

Un’inflazione fuori controllo

Per trovare un tasso di inflazione “normale”, diciamo sotto il 10% annuo, bisogna tornare indietro di almeno quindici anni. Da allora il paese ha vissuto inflazioni annuali sempre a doppia cifra. Nel governo precedete, l’inflazione annuale è stata del:

  • 36% nel 2020
  • 51% nel 2021
  • 95% nel 2022
  • 211% nel 2023

A dicembre 2023, ultimo mese del governo precedente, l’inflazione mensile ha toccato il picco del 25,5%. In Argentina si guarda molto alla variazione mensile, perché con certi ritmi ragionare su base annuale è quasi inutile: 25,5% di aumento in un solo mese significa prezzi che crescono del 1.400% in un anno, cioè 14 volte tanto. Per capirci: un caffè a 1,5€ oggi, costerebbe 21€ tra un anno, e quasi 300€ l’anno successivo.

Il freno di Milei

Con rigore e determinazione, il governo Milei ha portato l’inflazione mensile dal 25,5% di dicembre 2023 al 1,5% di maggio 2025 e 1,6% a giugno 2025: livelli che non si vedevano dal 2017, escludendo due mesi anomali durante il lockdown del  Covid.
Questo risultato viene giustamente visto come un successo, ma siamo ancora lontani da una normalizzazione. L’inflazione annua calcolata sugli ultimi 12 mesi (luglio 2024 – giugno 2025) è ancora al 39%. Anche ipotizzando di mantenere un’inflazione mensile stabile all’1,5%, su base annua si tradurrebbe comunque in un tasso vicino al 20%: livelli che in Italia corrisponderebbero al massimo storico mai registrato, persino durante le peggiori crisi inflazionistiche degli anni ’70 e ’80.

Come si misura l’inflazione in Argentina

Il calcolo è affidato all’INDEC, l’istituto nazionale di statistica argentino, che come ogni istituto nazionale costruisce un paniere di circa 1.000 beni e servizi rappresentativi dei consumi di una famiglia tipo. Ogni mese rileva i prezzi in migliaia di punti vendita e calcola la variazione media ponderata.

Va ricordato che l’Argentina ha una brutta reputazione in materia: in passato, per nascondere l’entità della perdita di potere d’acquisto, i governi hanno manipolato i dati ufficiali dell’inflazione. Proprio per evitare che questo sospetto si ripresentasse, Milei ha scelto di confermare al vertice dell’INDEC Marco Lavagna, nominato dal precedente governo peronista. Una decisione tutt’altro che scontata, visto che Lavagna è organico all’opposizione peronista, figlio di ex ministro dell’Economia, già deputato nazionale vicino a Sergio Massa, discusso ministro dell’economia del governo precedente e diretto avversario di Milei alle ultime presidenziali.

Inoltre, per evitare contestazioni sulla metodologia di calcolo, Milei ha deciso di non aggiornare il paniere dei beni e servizi, che ormai ha più di dieci anni. Molti chiederebbero di aggiornarlo, per riflettere meglio i consumi attuali, ma il governo ha scelto di mantenere stabile la serie storica: vuole così poter dimostrare con chiarezza l’efficacia della sua politica anti-inflazione.

Ci sarebbe molto altro da raccontare: le cause profonde di questa spirale inflattiva, gli effetti sulla povertà, sui risparmi, sugli investimenti e sulla fiducia dei cittadini. E ovviamente, cosa sta facendo concretamente il governo Milei per provare a spezzare un circolo vizioso che dura da decenni.

Ne parleremo nei prossimi approfondimenti.